La manifestazione dell'8 e l'intervento della nostra Presidente Avv. Laura Del Mancino
Siamo qui oggi perché c’è un confine che non permetteremo a nessuno di calpestare: il confine del nostro corpo. Siamo qui perché mentre in molte parti del mondo i diritti delle donne arretrano, anche in Italia qualcuno in Parlamento prova a riportarci indietro di decenni.Per capire l'urgenza di oggi, dobbiamo ricordare da dove veniamo. Fino al 1996, in questo Paese, la violenza sessuale non era un reato contro la persona, ma contro la “moralità pubblica”. Solo grazie alle lotte dei movimenti femministi quella legge è cambiata, rendendo lo stupro un crimine contro la libertà individuale. Le parole della legge contano: esse modellano i processi e determinano se una donna verrà creduta o sospettata.Oggi quel progresso è sotto attacco. Il DDL Bongiorno vorrebbe modificare il reato di violenza sessuale cancellando la parola consenso e sostituendola con la formula della “volontà contraria” della vittima. In risposta alla nostra mobilitazione del 28 febbraio, la senatrice Bongiorno ha dichiarato che le femministe non hanno letto il testo della legge. Noi rispondiamo con forza: abbiamo letto il testo fin troppo bene, ed è proprio perché lo abbiamo studiato che diciamo "no".Non siamo noi a non saper leggere la legge, è questa legge che non sa leggere le nostre vite.Abbiamo letto che ignorare il consenso significa tradire la Convenzione di Istanbul, che richiede esplicitamente che ogni atto sessuale sia basato su una volontà libera e volontaria.Abbiamo letto che questa riforma rischia di smantellare quanto costruito dalla Corte di Cassazione, le cui pronunce riflettono i cambiamenti culturali della società, sancendo oggi che il consenso deve essere esplicito, libero e attuale.La Suprema Corte è stata chiara: non importa il comportamento precedente della vittima o i suoi costumi; senza un "sì" presente, è violenza.Il rapporto del GREVIO del 2025 ci mette in guardia: se la Cassazione si è allineata ai trattati internazionali, nei tribunali di merito si annidano ancora decisioni intrise di stereotipi e pregiudizi. Stereotipi che trasformano la violenza in "incomprensione" e che colpevolizzano la vittima per non aver lottato abbastanza.Spostare il baricentro dal consenso alla "volontà contraria" significa dare spazio a chi dirà "non avevo capito", alimentando una vittimizzazione secondaria intollerabile. Significa ignorare il freezing, quella paralisi da terrore che blocca il corpo sotto shock, rendendo impossibile esprimere il dissenso e tutte quelle ipotesi nelle quali le donne non sono in grado di dire no per paura delle conseguenze!Tutto questo nasce da una cultura predatoria che ancora considera i corpi femminili come esigibili salvo prova contraria. Una cultura che nega il congedo paritario e smantella i presidi di parità nei territori perché considera la cura un destino e non una scelta.Oggi vogliamo ricordare l'eredità dell’avvocata Tina Lagostena Bassi, che ha difeso la dignità delle vittime chiedendo giustizia e denunciando come nei processi finissero spesso le donne sotto accusa invece degli aggressori. Oggi riprendiamo il suo grido: è ora di porre fine al processo alle donne!Non accetteremo di tornare indietro. La libertà sessuale è autodeterminazione, non capacità di resistere. Senza consenso è stupro! Sul nostro corpo decidiamo noi. Sempre!
La nostra campagna di manifesti in giro per la città di Massa





































