giovedì 6 ottobre 2011

INCONCEPIBILE SILENZIO E VERGOGNOSA INDIFFERENZA

Al Presidente della Repubblica Italiana

Egregio Presidente
Sono una donna e sono indignata.
Oggi ho raschiato il barile della stanchezza morale.
Non credo sia possibile che in Parlamento, luogo preposto alla decisione della vita degli Italiani, una parlamentare venga fatta oggetto di certe frasi sessiste e di una volgarità allucinante.
Non lo reputo tollerabile nella vita di tutti i giorni, si figuri in parlamento.
Non reputo nemmeno tollerabile che in una giornata così carica di dolore, come quella che Lei ha ricordato con commoventi parole oggi, i deputati al governo non abbiano il minimo senso del pudore e passino il tempo a raccontarsi barzellette. Queste persone rappresentano noi e noi siamo pieni di dolore per le donne che hanno perso la vita a Barletta.
Da questi deputati noi non abbiamo sentito una parola di cordoglio nei confronti di queste vittime. Non abbiamo sentito da parte di nessuno di loro una analisi sul problema del lavoro in nero e degli incidenti sul lavoro.
Io sono indignata!
Ma non solo. Sono anche stanca, stanca di questa mancanza di moralità che imperversa in parlamento e che trova la sua massima rappresentazione nel capo del governo.
Ancora oggi noi donne abbiamo dovuto sentirci mercificate in una battuta, come se il mondo girasse intorno alla bellezza, ai rapporti sessuali. Come se noi donne non fossimo altro che questo, mere figure di attrazione su cui puntare un nome di partito.
Sono stanca ma non solo. Sono esasperata e come me credo altre donne che non ce la fanno più a dover subire il degrado morale del parlamento che si irradia di conseguenza in tutta la società.
E’ tempo di far cessare tutto questo.
Ci metta una parola anche Lei, se possibile anche più di una.
Io da parte mia non ci sto più a tacere. Alzerò la voce come l’onorevole Cordurelli, alla quale vorrei esprimere la mia solidarieta’ come donna e come lavoratrice e non accetterò che nessun uomo si ponga nei miei confronti con certi toni.
Non lo accetto sulla mia persona, non lo accetto su nessuna donna.
La ringrazio per avermi dedicato il suo tempo, spero di essere riuscita a trasmetterle tutto il mio disagio.
Io amo il mio paese, non ce la faccio più come tanti altri a vederlo ridotto così.
Marta Proserpio

mercoledì 5 ottobre 2011

#2eurox10leggi


#2eurox10leggi è il farsi concreto dei pensieri, degli scambi, della voglia di cambiare, della voglia di ribaltare di tantissime donne italiane, ma anche di tanti uomini. l’idea è semplice: se ventimila persone offrono due euro a testa, si compra una pagina del Corriere della Sera e si pubblicano le 10 proposte di legge che le donne italiane, inderogabilmente, vorrebbero veder realizzate.
Le donne che hanno un’idea hanno anche l’energia e la voglia di realizzarla. Se ne parla per qualche giorno e ci si organizza. Da oggi esiste il sito, entro pochi giorni partirà la raccolta fondi. Non tutti fanno Della Valle di cognome, quindi ognuno mette il suo piccolo contributo. Il contributo può essere dato ancohe sulle proposte di legge, che già sono il risultato di mesi di discussioni e confronti.
Ovvio che noi ci si aderisca con entusiasmo e si promuova l’iniziativa: un segnale forte, la voce della rivoluzione silenziosa che si comincia ad alzare. Non è vero che in Italia difficilmente puà cambiare qualcosa, specialmente in politica e le iniziative (come questa o come quelle degli ultimi mesi) lo dimostrano. Mi permetto di citare a mia volta la frase che apre il sito di #2eurox10leggi: “Quando una donna fa politica, cambia la donna, ma quando tante donne fanno politica, cambia la politica”. Michelle Bachelet.

Fonte: http://lapillolarossadigrimilde.wordpress.com/2011/10/04/2eurox10leggi/

martedì 4 ottobre 2011

Precarie sepolte vive. SIAMO TUTTE IN LUTTO

Rabbia a post unificato. Da Meno&Pausa: i loro nomi, Tina Ceci, 37 anni. Matilde Doronzo, 32. Giovanna Sardaro, 30 anni. Antonella Zaza, 36. E Maria Cinquepalmi, 14 anni. Queste sono le donne morte nella strage annunciata. Le adulte lavoravano in nero per 4 euro l’ora.
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Noi per esempio stragi del genere le inseriremmo nella lista dei femminicidi perché sono crimini nei confronti di lavoratrici deboli e ricattabili che in quanto tali accettano di stare nascoste negli scantinati perché non si sappia quante sono e cosa stanno facendo.
Ce l’avevano un contratto regolare? Quelle che sono morte ammazzate, dico. Ce l’avevano o no? I parenti ci dicono di no e ci dicono che lavoravano in nero per 4 schifosissime euro l’ora. Quella ditta ce l’aveva il permesso per stare in quella stamberga? Non sarebbe obbligatorio per i luoghi di lavoro averci una serie di norme per la sicurezza da rispettare? E se ci fosse stato un incendio? Come potevano uscire quelle povere anime da là sotto? Quanti anni avevano? Erano in quell’età che ti costringe a stare fuori dal mercato del lavoro, destinate nei sotterranei per arrivare a morte certa? Lo capite o no che tra quelle donne poteva starci chiunque tra noi? Chiunque tra le tante precarie che combattono ogni giorno in Italia?
Intrappolate come topi e non servono le parole di commiato e tutta l’indignazione che si può spendere adesso perché in Italia c’è un sommerso di lavoro infame che recupera persone ricattabili e le tratta da bestie.
A prescindere da tutto, dall’illogica capacità di certi enti di ignorare le segnalazioni per non farsi carico di cose che costano responsabilità, come già fu per la casa dello studente dell’Aquila o per la scuola elementare delle marche, com’è per mille luoghi strutturalmente fragili che pure ci abitiamo e lavoriamo, a parte tutto questo, dico, c’è il fatto che a morire sono sempre gli ultimi e le ultime.
Ne sono morte cinque, infine, e noi speravamo di no, invece, e ci dispiace che sui giornali si taccia sulle dipendenti e si sottolinei in mille modi che a morire c’era pure la figlia quattordicenne dei titolari che era passata a trovarli, ché forse la pietà può fermare i pensieri, le critiche e le riflessioni? Ci spiace, moltissimo, e comprendiamo e rispettiamo il dolore, ci spiace davvero, come ci è dispiaciuto per il figlio del sindaco del paese in cui crollò la scuola elementare ma averci un figlio tra le vittime non ci esonera dalle responsabilità, anzi le amplifica e ce le ributta sotto il naso ché non ci sono giustificazioni per cose del genere. E quella responsabilità va sicuramente ripartita e bisogna parlarne se non si vuole che accada ancora.
Ci sono quelli che per spuntarla con le tasse e tutto il resto e per guadagnare sul lavoro altrui aprono una ditta in un sotterraneo e poi prendono personale in nero e poi ci sono quelli che saltano controlli e quelli che sfruttano l’indotto per subappaltare lavori e mi ricordo dei racconti di Saviano in Gomorra mentre diceva di quelle persone che stavano nascoste a cucire gli abiti della grandi marche italiane per pochi euri l’uno. Abiti che poi li rivedevi nelle sfilate per gli oscar indossati dalle grandi attrici.
Non servono le parole di commiato, serve strappare le donne dalle condizioni di ricattabilità. Le donne e gli immigrati che sono l’altra grandissima categoria debole. Questi sono crimini che vanno addebitati a chi ha organizzato il lavoro in quel modo e a chi continua a pensare una organizzazione sociale che rimanda le donne negli scantinati e in luoghi pericolosi e bui dai quali è impossibile uscire in caso di “tragedia annunciata” come questa.
Queste giornate sono da ricordare, come il primo maggio o l’otto marzo, come tutte quelle giornate di resistenza attiva in cui ci sono persone, donne, cadute sul campo di battaglia mentre tentavano di racimolare qualcosa per portare il pane in casa.
La precarietà uccide. L’irresponsabilità idem. Ed è ora che tutti si assumano le proprie responsabilità. Vogliamo i nomi delle donne che sono morte ammazzate. Vogliamo le loro facce, le loro storie, vogliamo ricordarle e sapere chi erano e perché erano costrette a stare in quel posto terribile. Vogliamo toccarlo con mano il dolore e lasciarci ferire perché siamo già ferite e non ne possiamo più di vedere le donne morire una dopo l’altra, per un motivo o per un altro.
Buonanotte sorelle. Fate un buon sonno e riposate finalmente. Assieme ai vostri cari ci siamo anche noi a piangervi e ci rincontreremo un giorno, nel paradiso delle precarie resistenti che hanno lottato fino all’ultimo e che sono morte lottando per la propria sopravvivenza. Noi verremo a manifestare e ad abbattere muri. Senz’altro porteremo uno striscione con i vostri nomi e vi abbracciamo, una ad una. Tutte.

FONTE: http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2011/10/04/donne-precarie-murate-vive/

You start the Girl Effect! Blogging Campaign

 Aderite a questa bellissima campagna! A voi ogni commento e decisione dopo aver visto questo video:


Per le/gli interessate/i, l’intera settimana sarà dedicata a questa campagna eccovi anche i link con il pdf della campagna, le istruzioni per partecipare, la pagina in cui verrà inserito il vostro articolo.

http://www.girleffect.org/question

http://www.taramohr.com/girleffectposts/ 

lunedì 3 ottobre 2011

La “Marche des salopes” a Parigi: non c’est non!



Pubblicato da giulia il 2 ottobre 2011

La mentalità sessista è dura a morire, lo sappiamo bene. Quando si inizia a ragionare e discutere su come era vestita la vittima di uno stupro ecco, il limite è già stato valicato. E’ già troppo tardi, perché l’importanza del tema trattato viene abbassata e spostata su di un altro livello, che nulla ha a che vedere con il fatto accaduto e che insinua accuse meschine e ingiuste.
Sessismo, culture patriarcali e maschiliste, e tolleranza dello stupro sono tradizioni complementari che vogliono la donna, peccatrice per antica tradizione, motivo scatenante dell’aggressione subita. Spesso le religioni avvallano queste tradizioni anti-culturali. E da questo filone di pensiero nasce, rispetto ai casi di stupro,  un capovolgimento pericoloso, ignobile  e inaccettabile: la colpa della violenza ricade sulla vittima, descritta come consenziente o, peggio ancora, come causa dell’accaduto.
Quante volte abbiamo sentito dire la fatidica frase: “se l’è cercata!”? E cosa ci fa pensare che una donna sia colpevole della violenza subita? Una gonna corta? Un paio di tacchi? Il trucco vistoso? O l’essere in metropolitana dopo la mezzanotte ?
Perché infondo la questione della vergogna davanti alla società, presume l’assunzione di colpa e la consapevolezza della gravità dell’argomento: chi si deve vergognare dinanzi alla società, l’aggressore (termine di cui curiosamente non esiste il femminile) o la vittima?
Quali le colpe, come distribuirle? Come convincere le donne vittime di violenza, la maggior parte avvenute fra le mura domestiche, a parlare, a rompere il silenzio, a denunciare e difendersi dall’aggressore se la nostra società giudica, in base all’abbigliamento, all’orario e al luogo in cui lo stupro è avvenuto?
Queste sono le riflessioni sottolineate dallo Slut Walk che ieri per la seconda volta in un anno ha avuto luogo a Parigi. Questi i concetti base da cui nascono gli slogan che vengono urlati per le strade delle città dai cortei non solo al femminile. Il termine Slut allude alla deriva moralistica di termini come zoccola, sgualdrina, mignotta o sporcacciona, spesso utilizzati per infamare donne abbigliate in un modo ritenuto troppo sexy o vistoso. Non è un’allusione alla professione di prostituta.
Ovviamente ieri allo SlutWalk ci sono andata anche io; ci sono andata perché volevo assolutamente esserci, e anche perché volevo portarvi con me, dare la possibilità anche a voi di ragionare sul senso   di questa manifestazione che in Italia non ha ancora visto la luce (perché poi?)e che secondo me invece avrebbe ben ragione di essere organizzata.
Come saprete, magari ricordate il post di Faby e quello di Mary,  lo Slut Walk è un fenomeno diffusosi a macchia d’olio in molti paesi del mondo. Ieri a Parigi eravamo soltanto un centinaio di persone (uomini e donne), ma la manifestazione è riuscita perfettamente nel suo intento dimostrativo e di sensibilizzazione. Spesso le manifestazioni non si fanno perché si teme di non raggiungere la quantità necessaria di adesioni. Ieri ho constatato come urlare e marciare in gruppo per le strade di Parigi ci abbia permesso di dare materiale informativo e sensibilizzare tutti coloro che, turisti e non, si sono avvicinati al corteo. Inoltre, urlare a grande voce i propri pensieri, farlo in gruppo, condividere una lotta e farlo manifestatamente fa bene anche e soprattutto a chi è abituato a fomentare rivoluzioni prevalentemente dalla tastiera di un portatile. Metterci la faccia spesso fa la differenza.
Due gli episodi che mi hanno colpita, ve li racconto soprattutto perché sono antitetici.
Un ragazzo davanti al Pantheon ha chiesto ad una fotografa e blogger che stava documentando il corteo di fargli una foto in mezzo ad alcune ragazze della manifestazione. Istintivamente abbiamo credo pensato entrambe (io ero lì accanto) che volesse dimostrarsi solidale come uomo alla nostra causa, invece pronto per essere fotografato ha assunto la tipica posa da ragazzo cretino che ride perché in mezzo a belle donne svestite e vistose. Gli abbiamo chiesto se avesse capito il senso della nostra manifestazione, lui ha risposto in inglese, ridendo divertito e fiero della sua foto: “ma certo, siete tutte prostitute no?”.  Dopo aver deglutito a sangue freddo abbiamo iniziato a parlare con questo ragazzo, mentre una ragazza ci registrava credo in quanto collaboratrice di una radio. Il ragazzo, un russo a Parigi per turismo, una volta aver ascoltato la nostra spiegazione seria e accorata ha detto che in Russia le donne che si vestono così, troppo sexy, secondo i russi hanno qualcosa che non va nel cervello. Eppure quando credeva che queste ragazze fossero delle prostitute la cosa non sembrava turbarlo, anzi, era fiero come un gallo nel pollaio.
Secondo episodio: alla fine della manifestazione abbiamo lasciato volare in cielo dei palloncini rossi a forma di cuore, in segno di ricordo delle vittime di stupro nel mondo. Mi si è avvicinata una signora, Lenore, aveva l’aria concitata, chiedendomi se parlo inglese. Mi ha quasi abbracciata nel gridarmi che veniva da Toronto e che lo Slut Walk è nato lì, nella sua città. Ne era molto fiera ed era impazzita dalla gioia per essere incappata nel corteo assolutamente per caso (anche lei era a Parigi per turismo). Ci siamo fatte fotografare insieme ad uno dei cartelli-slogan della marcia,  e a fotografarci c’erano il mio ragazzo (Tommaso, che ha marciato insieme a me) e suo marito. Entrambi sorridenti e divertiti. E’ stato bello vedere la fierezza di questa donna adulta, ma è stata anche un’occasione preziosa poter ascoltare la sua testimonianza di come e perché in Canada si è scatenata e diffusa la marcia.
io e Lenore, da Toronto (Canada)
Gaëlle Hym, organizzatrice dello Slutwalk Paris
Certo, bisogna essere realisti: c’è ancora molto da fare, e qui in Francia si respira il peso delle conseguenze del caso di Dominique Strauss Kahn, che crea confusione nell’opinione pubblica francese, leggete qui , e della causa intentata sempre nei confronti di DSK da Tristane Banon.
Tuttavia, anche se la strada è ancora lunga, gridare “non c’est non” è stato liberatorio, importante, come è importante difendere le vittime di stupro soprattutto quando diventano a loro volta vittime di colpevolizzazioni inaccettabili.
Ne dites pas aux femmes comment s’habiller! Dites aux prédateurs de ne pas violer!/
Non dite alle donne come vestirsi, dite agli aggressori di non violentare.

E in Italia, Slut Walk, quando?  Secondo me urge!

Fonte: http://comunicazionedigenere.wordpress.com