A.R.PA. è un ‘associazione di Promozione Sociale che nasce nel gennaio 2001 dall’incontro di un gruppo di donne impegnate nel contrasto alla violenza di genere, interessate all’approfondimento delle tematiche di genere e delle politiche delle pari opportunità.
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A.R.PA. Associazione Raggiungimento Parità APS ETS
lunedì 17 novembre 2014
Parole Tossiche
Mercoledì 19 novembre la nostra esperta in comunicazione è stata invitata al convegno "Parole Tossiche" dalla giornalista Monica Lanfranco.
Francesca ed altre operatrici del Centro Antiviolenza D.U.N.A., interverranno dunque a questo Convegno organizzato da Rete di Donne per la Politica di Genova.
L'attacco da parte del direttore della testata online che ha intervistato la Dott.ssa Francesca Rivieri (che potete leggere QUI) sarà trattato come una case history durante il convegno.
A.R.PA. ringrazia per l'opportunità tutte le organizzatrici del convegno!
sabato 15 novembre 2014
Se un direttore di testata vuole insegnarci come prevenire la violenza sulle donne. Dal blog Abbatto i muri
Ringraziamo il blog abbatto i muri e riportiamo l'articolo!
Se un direttore di testata vuole insegnarci come prevenire la violenza sulle donne
Mi scrive Francesca Rivieri, responsabile del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa, la quale viene intervistata da un giornalista di lagazzettadimassacarrara.it sul tema del linguaggio sessista in pubblicità. Il Centro sta organizzando un workshop su quel tema e nell’intervista Francesca ragiona sulla comunicazione a proposito di violenza sulle donne. Parla della rivittimizzazione delle donne uccise quando sui media un femminicidio viene descritto come un “omicidio passionale” e racconta come l’interazione tra chi si occupa di violenza sulle donne e chi offre notizie di cronaca sia necessaria per determinare un cambiamento culturale.
Il cambiamento culturale è quello per cui maggiormente i centri antiviolenza, che non hanno radice securitaria e giustizialista, si battono, dunque l’analisi del linguaggio, una riflessione sull’immaginario che genera diventa una attività preventiva importante dalla quale dovrebbe conseguire una relazione virtuosa tra tutte le componenti sociali che hanno interesse a fare cambiare le cose. Ad ogni modo l’intervista fatta viene pubblicata con una presentazione che però non ha nulla a che fare con quello che Francesca racconta. Il titolo la rimanda a una gita presso un califfato tal dei tali per dimostrarle che le vere vittime di violenza o di rapporto impari nella società starebbero altrove.
A seguire l’intervista poi scorre un commento del direttore della testata (trovate tutto QUI) il quale piuttosto che opporre una critica nei contenuti liquida Francesca con i seguenti argomenti:
- per combattere la violenza niente chiacchiere, serve la pena di morte! (brrr)
- la ricerca di un linguaggio diverso dal quale possa derivare un diverso immaginario, ma chissenefrega!
- chi sei tu per venire a insegnare il mestiere a me che ho sudato per diventare un giornalista. si facci i workshop suoi che io mi faccio i miei!
- invece di guardare “casa nostra” bisognerebbe guardare nella casa “degli altri che stanno in casa nostra: 150 mila musulmani sono sbarcati nelle nostre regioni” e dunque lamenta il fatto che le donne non hanno protestato per questa invasione di bruti che sarebbero tutti intenzionati a “considerare le donne poco meno che una pertinenza”!
- si smetta di definirci maschilisti, si badi ad applicare pene severe, ché non sono le parole che salvano le donne. Che nessun@ osi insegnare il mestiere ad un giornalista di professione (non sia mai!) che ha gli “attributi” per essere tale.
- la parità tra uomo e donna non è vero che esiste nel nord europa perché lì ci sono le prostitute legalizzate e quella roba lì sarebbe dimostrazione del sessismo di quei paesi.
Francesca legge queste esternazioni e a parte intravedere un “lieve” attacco personale proprio non capisce perché mai si chieda un’intervista ad una persona che ha queste idee per poi corredare l’articolo con una massiccia dose di paternalismo della serie “so io quel che è bene per le donne” e con una strenua difesa del maschio italico. Avrebbero potuto dire qual era l’intenzione della testata o per lo meno avrebbero forse potuto inserire commenti critici tra le domande dell’intervista, così Francesca avrebbe potuto avere diritto di replica che spero comunque le sia riservato.
Quello che io penso è che il rispetto per la diversità di opinione non si manifesta così. Se decidi di ospitare un testo e un’intervista che contiene messaggi che non sei solito veicolare la pubblichi comunque integralmente senza una titolazione che allude ad altro e senza gettare un’ombra negativa sulla questione. O è una interlocuzione paritaria tra le parti, sebbene diverse, ovvero potevano essere due articoli differenti. Uno con l’intervista e un altro con valutazioni a proposito della visione del direttore della testata. Senza che vi sia una necessità di bollare Francesca come una che ha bisogno di fare viaggi esotici per imparare a beccare l’uomo rude, come se i delitti realizzati sulla pelle delle donne fossero stati commessi solo da stranieri.
Per mio conto io comunico che la maggior parte dei delitti contro le donne, in Italia, vengono commessi dentro casa e da italiani. Si può serenamente consultare il Bollettino di Guerra per accertare questa ovvietà. Poi dico che per fortuna le donne che si occupano di violenza sulle donne hanno ben chiaro che la questione non si risolve mollando nel mar mediterraneo gli stranieri che vengono a trovarci. Inoltre i centri antiviolenza, da quel che ne so, non perseguono una corsia giustizialista in stile USA, preferiscono maggiore garantismo e un lavoro più serrato sulla prevenzione. In questo lavoro è compreso lo studio del linguaggio e la diffusione di una cultura differente. Lì ciascuna di noi, femministe, persone che si occupano di questo, può avere una visione diversa, può guardare la faccenda da diversi punti di vista, ma in generale il confronto serrato avviene sempre con l’intenzione di cercare soluzioni che possano evitare ulteriori vittime.
La mia impressione, rispetto ad un articolo che distorce o reinterpreta, sovradeterminando, il contenuto di una intervista in cui si racconta il lavoro delle donne, investendo sulla nostra autodeterminazione, è che il direttore non abbia resistito alla tentazione di farci la paternale per insegnarci come vivere. Una delle tracce più evidenti del sessismo, se posso permettermi, deriva anche da questo. Il fatto che un uomo non abbia voglia di ascoltare o senta la necessità di dire alle donne cosa dovrebbero fare, non tanto per salvarsi ma per essere salvate, con l’intervento di pene severe, istituzioni forti e tutori pronti a tutto (con le sciabole e la fascia da Rambo), ignorando il fatto che per salvare le donne bisogna investire sull’autostima delle donne e non fare iniezioni di sicurezza ai suoi tutori, già dimostra quanta distanza d’approccio al problema vi sia tra le due parti.
A me viene voglia di dire una cosa piccola piccola ma che spero possa essere utile al direttore per riflettere, al di là delle differenze di approccio politico: caro direttore, descrivere la donna come soggetto debole, che ha sempre bisogno di essere salvata dai tutori, vista come vittima anche quando sceglie di fare la prostituta nelle nazioni in cui il mestiere è legalizzato, non è davvero un buon contributo per la causa. Con tutto il rispetto per il sudore che ha speso per guadagnarsi il titolo di giornalista, quello di cui Francesca discuteva corrispondeva al desiderio di una interazione sociale tra parti che hanno differenti competenze ed esperienze. Immagino che Francesca abbia una esperienza di qualche anno nel campo della lotta contro la violenza sulle donne. Sarà entrata in contatto con donne vittime di violenza, avrà studiato i meccanismi che portano ad essa, avrà anche una sua idea su come applicare una forma di prevenzione. Questa ricchezza Francesca aveva voglia di condividerla con il giornalista che l’ha intervistata e con chi aveva voglia di leggerla. Mi spiace che lei non abbia apprezzato, ancor di più mi spiace che in quel che ha scritto io vedo un esempio di pessimo giornalismo.
Da quando un giornalista, piuttosto che dare notizie, portando fonti (150 mila musulmani in assalto delle nostre coste? dove sta scritto? la violenza che avverrebbe nelle case degli altri? davvero?), argomentando sulla base di contenuti verificabili, decide di opporre un commento che deriva da un’idea personale in attacco ad una intervista? Cioè, da quando?
Con un abbraccio a Francesca e un augurio di buon lavoro.
Quando il maschilista è anche frustrato...
Ecco una storia esemplificativa del degrado raggiunto dalla comunicazione "di genere" che ha visto incredibilmente coinvolta in questi giorni la Dott.ssa Francesca Rivieri responsabile della comunicazione ed operatrice del nostro Centro Antiviolenza D.U.N.A..
Una storia che avvalora la mole di lavoro che ancora abbiamo da fare per cambiare la cultura distorta di questo paese.
Sono responsabile comunicazione del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa e, in relazione al mio ruolo, vengo contattata qualche settimana fa da un giornalista per un'intervista sul "linguaggio sessista nella pubblicità", da pubblicare sul giornale web la Gazzetta di Massa e Carrara.
Accetto l'intervista ben contenta di poter trattare di un tema così importante sul quale stiamo organizzando, come Centro Antiviolenza, un workshop dedicato, aperto, per l'appunto, ai giornalisti.
Realizzo così l'intervista rispondendo a tutte le domande del giornalista, lui si dichiara soddisfatto e mi indica che appena il pezzo sarà pubblicato me ne darà notizia.
Oggi, casualmente, entro sul sito web e leggo nella Home Page il seguente titolo:
"Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell'Isis così si accorge della differenza..."
col seguente catenaccio: "La dottoressa Francesca Rivieri accusa la società italiana di essere maschilista e sessista. Alla parola ministro preferisce minestra, pardon ministra e viene a predicarci come si deve fare informazione. Se lo faccia da sé, allora, un giornale".
Cliccando su questi si arriva alla pagina dell'articolo, dove sotto questo titolo quantomeno inopportuno ed inappropriato si vede una foto (che io non avevo fornito) che mostra una donna seviziata in una lapidazione (ora rimossa e sostituita).
L'articolo riporta esattamente l'intervista realizzata dal giornalista e quindi risulta al lettore completamente estranea al titolo e alla foto. Ma entrambi diventano comprensibili scorrendo al termine dell'intervista, quando compare un commento, integrato nell'articolo, a firma del Direttore di La Gazzetta di Massa e Carrara, tale Aldo Grandi.
Il commento si presenta come una sorta di "contraddittorio" verso l'intervista, ma in realtà si rivela da subito un attacco profondo alla mia persona, alla mia professionalità e alle donne.
Si leggono passaggi come
"La dottoressa Rivieri vorrebbe trasformare la società indipendentemente da quelli che sono i suoi protagonisti, vorrebbe cambiare le regole del gioco senza capire che quello che viviamo quotidianamente è tutt'altro che un gioco."
oppure
"Siamo tutti d'accordo sul fatto che chi usa violenza non solo verso la donna, ma verso tutti coloro che sono diversi ..."
(diversi???)
E poi
"E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia"
(attributi??)
per concludere con
"Chi scrive non ritiene di dover frequentare alcun corso per imparare a fare informazione corretta usando i vocaboli che voi e tutti quelli che si inventano carte o cartine, vorrebbero imporre a chi, questo mestiere, se lo è guadagnato e sudato"
(per carte e cartine intende forse l'Accademia della Crusca??)
Raccontiamo questa storia per mostrare a che punto siamo arrivati in questo paese, quando si tratta di "comunicazione di genere". La Dott.ssa Francesca Rivieri è stata contattata come esperta, per vedersi poi attaccata nel titolo stesso dell'articolo, in un modo così frontale e denigrante.
Alla sua richiesta di spiegazioni e rettifiche, il sig. Grandi si è mostrato completamente sordo, sostenendo che "posso sempre querelarlo".
A prescindere da questa od altre soluzioni, ci premeva rendere questa storia, di cui siamo state ahimé protagoniste, uno strumento al servizio della battaglia che quotidianamente portiamo avanti come donne impegnate nell'antiviolenza.
Facciamo notare che il giornalista che ha contattato la nostra responsabile della comunicazione e che ha fornito le domande dell'intervista non compare alla firma dell'articolo come è solito fare nelle interviste che svolge per il suddetto giornale e che sembra sia stato all'oscuro dei cambiamenti e commenti fatti dal direttore, ci domandiamo quindi se anche lui si senta indignato da tale comportamento, se ne terrà conto in futuro e soprattutto se pensa che questo sia serio e professionale giornalismo!
Dalle donne di A.R.PA. tutta la solidarietà alla nostra Francesca, che da vera professionista ha risposto alle domande in modo eccellente.
Articolo integrale: http://www.
martedì 21 ottobre 2014
Dentro la violenza di genere.
Pubblichiamo questi due video emblematici, due video che narrano storie di violenza di genere, storie di donne che hanno trovato il coraggio di riprendere in mano la propria vita, di chi è sopravvisuta. Storie che, per chi come noi lavora in un centro antiviolenza, ascoltiamo quotidianamente e non smetteremo mai di lottare affinché le donne possano avere un luogo dove supportarle nel cammino verso la libertà.
Per chi non comprende, per chi non vuol vedere, per chi vuole uscirne , per chi c'è ancora dentro e per chi si fa delle domande:
Per chi non comprende, per chi non vuol vedere, per chi vuole uscirne , per chi c'è ancora dentro e per chi si fa delle domande:
lunedì 29 settembre 2014
La città delle donne... vittime di violenza. L'intervista alla coordinatrice dello Sportello Antiviolenza D.U.N.A.
Ecco l'intervista alla nostra Coordinatrice Anna Chiara pubblicata su "La Gazzetta di Massa Carrara" il 16/09/2014
martedì, 16 settembre 2014, 18:59
di massimo benedetti
Anche la provincia di Massa Carrara vanta una situazione non proprio rosea, per quanto riguarda il delicato tema della violenza di genere. Per avere dati precisi e comprendere l’attuale situazione su un tema così importante, siamo andati ad intervistare le responsabili dello Sportello Duna, che ha sede a Massa, ospitato nel retro dell’edificio del liceo classico Pellegrino Rossi. Lo sportello Duna, donne unite nell’anti violenza, si è insediato nella provincia di Massa Carrara ormai da diversi mesi. A gestirlo, l’associazione Arpa che, con l’ imprescindibile aiuto delle volontarie e delle operatrici, ne porta avanti la quotidiana presenza.
Dottoressa Anna Chiara Borrello, lei ha l’incarico di coordinatrice dello sportello, coadiuvata, oltre che da tutto il personale, dalle responsabili dottoressa Ilaria Tarabella e dall’avvocata Elisa Forfori: quale è stata finora la risposta da parte della comunità locale? Diffidenza o apertura?
Tutta quanta la comunità ci ha accolto bene, abbiamo instaurato un rapporto di amicizia e collaborazione con le istituzioni locali, le quali ci aiutano e ci supportano. Voglio ricordare che, al momento, tutto il nostro impegno è volontario e non remunerato, lo facciamo perché crediamo che sia un servizio importante per la nostra comunità, dal momento che non esisteva. Abbiamo scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora e sono sempre più le donne che si rivolgono a noi: questo significa che ci viene data fiducia e che abbiamo colmato, seppur parzialmente, un vuoto, nonostante lo spiacevole episodio, ad opera di ignoti, accaduto nei primi mesi dell’anno, quando imbrattarono la targa dello sportello con insulti sessisti.
Il vostro lavoro si svolge in stretto contatto con l’ausilio della polizia di stato e dei carabinieri. Può spiegarci, brevemente, quale sia la prassi normale per chi decida di compiere il passo di avvicinarsi allo sportello? I singoli step, insomma…
È vero: siamo riuscite ad instaurare un bel rapporto con polizia e carabinieri, oltre che con il servizio sociale del comune di Massa e gli ospedali limitrofi, cosa importantissima non solo per il radicamento sul territorio e la sinergia nello scambio di informazioni, ma anche proprio per gestire le emergenze. Per quanto riguarda la prassi, la maggior parte delle donne che abbiamo accolto ci sono state inviate proprio dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni, o, altrimenti, è sufficiente chiamare il numero attivo 24 ore su 24 e prendere un appuntamento. Non abbiamo limiti territoriali ed infatti accogliamo donne non solo del comune di Massa, ma anche degli altri comuni della provincia, della regione ed abbiamo anche casi extra regionali. Il numero di cellulare serve anche per un primo ascolto, se la donna abbia bisogno di sfogarsi o se voglia raccontare qualcosa. Una volta preso l’appuntamento, viene a fare un colloquio individuale, non psicologico, in cui l’ascoltiamo, valutiamo il grado di rischio e, a seconda dei suoi desideri, la aiutiamo a decidere il percorso migliore per lei: quindi, consulenza legale, se ne ha bisogno e continuazione con i colloqui individuali di fuoriuscita dalla violenza, oppure una raccolta fatti per fare denuncia o integrarne una. Da questa settimana, iniziamo i gruppi di auto-aiuto, quindi un altro servizio, sempre assolutamente gratuito, per le donne.
Un po’ di numeri: quante donne si sono presentate presso Duna e, se può rivelarlo, a che punto sono nella fase dell’iter di ascolto alcuni casi.
In questo momento abbiamo in carico 36 donne per l’anno in corso più altre due del 2013 (in cui non avevamo una sede, se non quella dell’associazione e non eravamo conosciute). Sulla sua seconda domanda, dovrei prendere i casi specifici, perché ognuna ha una storia e un percorso diverso. Posso dirle che le donne che seguiamo da più tempo hanno fatto degli enormi passi in avanti e ne siamo molto orgogliose.
Quale lo stato attuale della violenza di genere nel comune di Massa? Il caso più eclatante che mi sovviene è la morte della povera Cristina Biagi, luglio 2013.
La nostra provincia è davvero piena di molti casi da questo punto di vista. C'è un alto tasso di violenza domestica e tanta omertà e, senza avere la possibilità di ospitare le donne che hanno necessità di uscire di casa, la situazione è molto complicata. Noi lavoriamo in costante contatto con le forze dell’ordine e i servizi sociali, in modo da dare a queste donne la possibilità concreta di uscire dalla casa dove si consuma quotidianamente la violenza. Queste donne, spesso, hanno con sé figlie o figli, piccoli, piccolissimi, a loro volta traumatizzati dalle violenze subite, perché le hanno viste, le hanno sentite. Quindi la necessità è duplice: aiutare la madre e aiutare i suoi figli. Abbiamo conosciuto alcune donne, in questi mesi, in situazioni molto gravi e a rischio di essere uccise e abbiamo dovuto agire in emergenza non senza difficoltà; quindi speriamo vivamente che non “serva” un’altra morte per risvegliare le coscienze, ma ci auguriamo che tutti e tutte capiscano l'importanza del nostro lavoro. A noi non piace agire secondo storie d’effetto, eclatanti. Ci piacerebbe, al contrario, che ci fosse una presa di coscienza collettiva, un vero e proprio cambiamento culturale, così che i nostri servizi diventino non necessari, affinchè nessuna donna ne abbia più bisogno.
Cosa rispondere a chi, ancora oggi, afferma che il femminicidio e la violenza di genere siano solo un “fenomeno mediatico” gonfiato ad arte dai mass media? Quali, eventualmente, le cause di tale presa di posizione?
Rispondo prima con una battuta: direi a costui o a costoro di venire ad ascoltare una sola di queste storie e poi dirmi ancora se sia un problema da mettere in secondo piano. Immagina di vivere, in casa tua, in costante paura, con la persona che ami che ti insulta per ogni cosa che fai: immagina di non poter uscire di casa, di non poter gestire i soldi, immagina di essere sempre costantemente controllato, osservato, denigrato, giudicato, percosso. Questa è la vita di una donna che vive con un uomo violento. E l’obiezione che anche le donne siano violente non ha cittadinanza in questa discussione, perché noi donne siamo cresciute in modo da dover essere brave madri e brave mogli. Ci hanno inculcato che il valore più grande è prendersi cura della famiglia, sopportare il marito, supportare i figli. Questa visione tradizionale, patriarcale, è talmente radicata in noi che ci diamo la colpa (e veniamo incolpate dai media) se non rispecchiamo questa visione “idilliaca”. Per cui perdoniamo, giustifichiamo, sopportiamo il marito o compagno violento. Abbiamo paura di dire qualcosa, di essere lasciate sole e messe alla gogna. Può essere un fenomeno gonfiato dai media se, già nel 2003, il Consiglio d’Europa ha dichiarato che la prima causa di morte, per le donne tra i 16 e i 44 anni, è la violenza domestica, in Europa e nel mondo? Non è il cancro al seno, l’infarto o un incidente. È essere uccisa da tuo marito, dal tuo compagno, dal padre dei tuoi (e suoi) figli. Sui motivi di tale presa di posizione, ovviamente, la cultura nella quale siamo immersi, misogina, sessista, maschilista. C’è una svalutazione nei confronti delle donne tale da rasentare l'odio. Veniamo considerate meno che umane, spesso solo oggetti, meno che titolari di diritti umani. Veniamo incolpate quando siamo le vittime, veniamo crocifisse per qualsiasi cosa facciamo, veniamo additate e mai difese o comprese. Sembra che, se noi donne pretendiamo dei diritti, gli uomini li perdano. È lo stesso ragionamento di chi nega i diritti sul lavoro a chi è precario, i diritti agli immigrati, ai richiedenti asilo; sembra quasi che ci sia spazio solo per un tot numero di persone, di esseri umani, che possono avere diritti e non si possano allargare. “Anche le donne sono esseri umani. I diritti delle donne sono diritti umani” – Conferenza Mondiale Onu sulle Donne, Pechino, 1995.
Quali i prossimi progetti per l’immediato futuro?
Abbiamo vinto, per il secondo anno di seguito, un progetto regionale e ad anno nuovo partirà un altro corso di formazione sul tema del contrasto alla violenza di genere per le nostre operatrici. In più, continueremo ad andare nelle scuole, perché crediamo moltissimo nella prevenzione, nel cambiamento di questa cultura, unica vera strada perché la violenza contro le donne diventi sempre più circoscritta, fino a sparire.
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