giovedì 27 settembre 2012

Due o tre cosucce sul caso del martire Sallusti. E perché non è il caso di piangere

di Alessandro Robecchi

Va bene, pare che tutto il mondo “intellettuale” italiano, con tutto il milieu giornalistico in prima fila, compatto e granitico, sia in grandi ambasce per il rischio che Alessandro Sallusti, oggi direttore de Il Giornale e al tempo dei fatti di Libero, finisca in galera a seguito di una condanna per diffamazione. E’ confortante assistere a una così poderosa levata di scudi contro la restrizione della libertà personale, e dispiace semmai che tanta compattezza non si veda in altre occasioni. Tanta gente va in galera per leggi assurde e ingiuste – come circa tremila persone accusate del bizzarro reato di “clandestinità” – eppure la notizia è Sallusti. Bene, allora vediamola bene, questa notizia, al di là delle sentenze, delle polemiche, dei meccanismi della giustizia. Proviamo insomma ad applicare il vecchio caro concetto del “vero o falso?”

Il fatto. Nel febbraio del 2007 una ragazzina di Torino (13 anni) si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: “Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura”.

L’articolo querelato. Strano che, in tutto il bailamme suscitato dal rischio che Sallusti finisca in carcere, nessuno si sia preso la briga di ripubblicare l’articolo incriminato. Anche in rete si fatica a trovare la versione completa, anche se basta scartabellare un po’ nella rassegna stampa della Camera dei Deputati per trovarlo (andate qui e leggetevelo: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/getPDFarticolo.asp?currentArticle=DHQW1). L’articolo (Libero, 18 febbraio 2007) è firmato con lo pseudonimo di Dreyfus (quando si dice la modestia) e racconta la vicenda in altri termini. La prosa maleodorante e vergognosa – un cocktail di mistica ultracattolica e retorica fascista – non è suscettibile di querela e quindi ognuno la valuti come vuole. Ma veniamo ai fatti. La vulgata corrente di questi giorni insiste molto su una frase, questa:

“… ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice”

E’ vero. Si tratta di un’opinione. Scema, ma un’opinione. Disgustosa, ma un’opinione.

Vediamo invece le frasi che non contengono opinioni ma fatti. Falsi.

Il titolo, per esempio: “Il giudice ordina l’aborto / La legge più forte della vita”.

Falso. Nessun giudice ha ordinato di abortire.

Altra frase: “Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando l’aborto coattivo”.

Falso. Il giudice ha dato libertà di scelta alla ragazzina e alla madre.

Ancora: “Si sentiva mamma. Era una mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice, per una volta alleati e concordi”.

Falso. Il padre non sapeva (proprio per questo ci si è rivolti al giudice) e le firme del consenso all’aborto sono due, quella della figlia e quella della madre.

E poi: “Che la medicina e la magistratura siano complici ci lascia sgomenti”.

Falso. Complici di cosa? Di aver lasciato libera decisione alla ragazza e a sua madre?

Ora, sarebbe bello chiedere lumi anche a Dreyfus, l’autore dell’articolo. Si dice (illazione giornalistica) che si tratti di Renato Farina, il famoso agente Betulla stipendiato dai Servizi Segreti che – radiato dall’Ordine dei Giornalisti – non avrebbe nemmeno potuto scrivere su un giornale il suo pezzo pieno di falsità.

Non c’è dubbio che il caso della ragazzina torinese sia servito al misterioso Dreyfus, a Libero e al suo direttore Sallusti per soffiare quel vento mefitico di scandalo che preme costantemente per restringere le maglie della legge 194, per attaccare un diritto acquisito, per gettare fango in un ingranaggio già delicatissimo. Ma questo è, diciamo così, lo sporco lavoro della malafede, non condannabile per legge.

Condannabile per legge è, invece, scrivere e stampare notizie false. Di questo si sta parlando (anzi, purtroppo non se ne sta parlando), mentre si blatera di “reato d’opinione”.

Il reato d’opinione non c’entra niente. C’entra, invece, e molto, un giornalismo sciatto, fatto male, truffaldino, che dà notizie false per sostenere una sua tesi.

Per questo la galera vi sembra troppo? Può essere. Ma per favore, ci vengano risparmiati ulteriori piagnistei sul povero giornalista Sallusti che non può dire la sua.

PS) Un mio vecchio maestro di giornalismo, all’Unità (sono passati secoli, ma io gli voglio ancora bene), scrutava i pezzi scritti da noi ragazzini con maniacale attenzione. Quando trovava qualcosa di querelabile ci chiamava e ci diceva: “Vuoi che ci portino via le rotative? Vuoi che ci facciano chiudere il giornale dei lavoratori?”.

Nel fondo di oggi su Il Giornale, Sallusti lamenta con toni da dissidente minacciato di Gulag, che non intende trattare per il ritiro della querela, che ha già pagato 30.000 euro e non vuole pagarne altri 30.000. Spiccioli. Ecco. Forse “portargli via le rotative”, come diceva il mio vecchio compagno sarebbe meglio. Meglio anche della galera. Di molte cose abbiamo bisogno, ma non di un martire della libertà con la faccia di Sallusti.

giovedì 12 luglio 2012

DONNE E UOMINI DEL PARLAMENTO FERMATE IL FEMMINICIDIO


Donne e uomini del Parlamento, donne e uomini dei partiti della società questa è una vera e propria strage, crudele, misogina: impegniamoci tutti a fermarla, ognuno per la propria responsabilità. 

Non possiamo più fare finta che non accada niente nel nostro Paese! 

Voi avete una responsabilità in più, voi non potete stare a guardare. 
Questo Gruppo DONNE E UOMINI DEL PARLAMENTO FERMATE IL FEMMINICIDIO
invierà i nomi dei suoi componenti alla Presidenza di Camera e Senato oltre al Presidente della Repubblica.

 Lo Stato italiano non può tollerare questa mattanza. 

Le leggi ci sono, ma evidentemente NON sono adeguate e la lotta delle tante associazioni non è sufficiente né adeguatamente SOSTENUTA. 

I componenti e le componenti questo gruppo, UOMINI E DONNE, vi CHIEDONO di FARE QUALCOSA SUBITO. 
Hanno scritto queste righe di appello Luisa e Daniela, me è come se l'avesse scritto ogni donna e uomo che resterà in questo Gruppo e che si adopererà a diffonderlo. 

INVITO QUINDI TUTTE E TUTTI AD ENTRARE A FAR PARTE DI QUESTO GRUPPO  FB CHE SI STA MUOVENDO IN UNA DIREZIONE PRINCIPALE IMPORTANTISSIMA QUELLA DEL RICONOSCIMENTO DEL REATO DI FEMMINICIDIO!


Cliccate qui per entrare e aderire:

DONNE E UOMINI DEL PARLAMENTO FERMATE IL FEMMINICIDIO

mercoledì 11 luglio 2012

#83

#83

non abbiamo
più
parole 

Non ci faremo ammazzare. Ora e sempre resistenza!
#stopfemminicidio

(siamo all'83esima vittima di femminicidio per il 2012: http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/07/11/83-femminicidio-donne-che-muoiono-per-la-propria-liberta/)

 

venerdì 6 luglio 2012

NON SONO UN #MEDIACOMPLICE!

Questo è il BOLLINO per la campagna web contro il LINGUAGGIO utilizzato dai MEDIA nel trattare il terribile problema della VIOLENZA SULLE DONNE.
Il BOLLINO è stato creato da STEFANIA SPANO’, illustrAutrice.
http://illustrautrice.blogspot.it/2012/07/non-sono-un-mediacomplice.html
Condividete care donne. Con la testa e con il cuore…

venerdì 22 giugno 2012

#apply194: ecco le percentuali dei medici obiettori antiabortisti divisi per regione.




Fino a ieri era #save194 da oggi #apply194

Dunque la Corte Costituzionale ha sentenziato per la costituzionalità della Legge 194/78.
Quindi, per ora, la donna ha più diritti del suo “uovo”, a dispetto di illogici, misogini e fanatici catto-fascisti. Repubblica però ci ricordava ieri che in Parlamento ci sono sei proposte di legge per un intervento sulla 194, cinque delle quali non sono esattamente ispirate al principio “donna come persona persona”. Per questo dobbiamo tenere alta l’attenzione, il vento non soffia dalla nostra parte, che è la parte del diritto umano, del diritto alla salute e della libertà di scelta, lo specifico per chi avesse dubbi.

La Legge 194/78 tra le cose belle ne ha anche alcune meno belle. Tra le cose non belle della legge non c’è solo l’intera impostazione concessiva che la ispira, che quindi non tutela l’autodeterminazione delle donne, ma concede una deroga alla determinazione biologica della femmina della specie, con l’identificazione della donna-madre, ma soprattutto il vizio si colloca in quell’articolo 9 che non mette limiti al numero complessivo di obiettori presenti nella sanità pubblica, con il risultato odierno che il 91,3% dei ginecologi e delle ginecologhe in Italia fa obiezione (dati rilevati da Laiga e riportati nel Comunicato stampa a seguito della Conferenza del 14 giugno 2012). Ci si trova in certi casi con una vera e propria obiezione di struttura, del tutto fuori dalla legge che nello stesso articolo dice: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.”

Di fatto in Italia molti ospedali, specialmente al Sud, sono interamente obiettanti o non garantiscono l’applicazione della legge, la maggior parte zoppica, con una presenza di non obiettori risibile e al limite dell’implosione della legge stessa, quando non è già completamente scoppiata (a Napoli la morte dell’unico non obiettore del Policlinico aveva determinato il blocco del reparto di ivg).

Oltre a provocare un danno alla salute delle donne, creando un problema di salute pubblica gravissimo, con pazienti destinate ad attendere lungamente un ivg, che potrebbe essere molto meno impattante dal punto di vista fisico e psicologico se fatta al secondo mese, piuttosto che sul filo del termine dei 90 giorni, ma maggiormente per gli aborti tardivi, che sono quelli determinati da patologie della madre o del feto. Questa obiezione, che possiamo tranquillamente definire illegale e criminale pesa enormemente sui non obiettori, cioè i buoni medici (mi verrebbe da dire: i medici, visto che quegli altri non medicano proprio niente).

Sui medici e le mediche non obiettanti pesa tutto il lavoro di ivg, che per quanto sia una scelta essere non obiettori, fatta per i motivi più svariati, ma principalmente per rispetto verso le pazienti, un ginecologo o una ginecologa, ha il diritto a fare anche altro, a esercitare pienamente la loro professione, la necessità primaria è quindi di una più equa distribuzione del carico di lavoro, sia per loro che per le pazienti.

Rilanciamo così la battaglia anche noi, assieme a Lipperini, e alle altre persone, donne e uomini che in queste settimane tanto hanno lavorato per far emergere gli attacchi alla legge 194, perché i problemi strutturali di una legge discreta, vengano rimossi immediatamente, e quel grosso buco rappresentato dall’art.9, voluto o non voluto dai legislatori, non importa più, venga colmato. Rilanciamo con l’hash tag #apply194 laddove applicazione della 194 non significa che la legge vada applicata così com’è, ma che bisogna regolare l’obiezione perché la si possa applicare senza creare disagi a chi si trova in stato di necessità: le donne che devono abortire.
Rilanciamo anche le proposte fatte durante la campagna #tettaprolife (perchè i veri e le vere prolife siamo noi prochoice!), aggiungendone altre, del tutto simili a quelle proposte da AIED, Associazione Coscioni e Lipperini:

- Sessualità libera (con chi vuoi);
- Contraccezione disponibile (anche d’emergenza);
- Aborto assistito e gratuito;
- Consultorio pubblico e laico;
- Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;
- Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;
- Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG;
- Utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;
- Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

Per cominciare, come dice Chiara Lalli nel suo post, partiamo da una domanda semplice, chiediamo al nostro ginecologo se è obiettore di coscienza, se lo è agiamo di conseguenza.

(post completo di link e dettagli qui: http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/06/21/fino-a-ieri-era-save194-da-oggi-apply194/)