mercoledì 19 novembre 2014

La deontologia della Gazzetta di Massa e Carrara (GIURO CHE E' TUTTO VERO) dal blog Lipperatura di Loredana Lipperini

A.R.PA. ringrazia loredana lipperini per l'articolo uscito sul suo blog lipperatura

MERCOLEDÌ, 19 NOVEMBRE 2014

LA DEONTOLOGIA DELLA GAZZETTA DI MASSA E CARRARA (GIURO CHE E’ TUTTO VERO)

Lei è Francesca Rivieri, e mi invia una mail. Questa:
Sono responsabile comunicazione del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa e, in relazione al mio ruolo, vengo contattata qualche settimana fa da un giornalista per un’intervista sul “linguaggio sessista nella pubblicità”, da pubblicare su lagazzettadimassaecarrara.it.
Accetto l’intervista ben contenta di poter trattare di un tema così importante sul quale stiamo organizzando, come Centro Antiviolenza, un workshop dedicato, aperto, per l’appunto, ai giornalisti.
Realizzo così l’intervista rispondendo a tutte le domande del giornalista, lui si dichiara soddisfatto e mi indica che appena il pezzo sarà pubblicato me ne darà notizia.
Oggi, casualmente, entro sul sito web lagazzettadimassaecarrara.it e leggo nella Home Page il seguente titolo: “Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell’Isis così si accorge della differenza…” col seguente catenaccio: “La dottoressa Francesca Rivieri accusa la società italiana di essere maschilista e sessista. Alla parola ministro preferisce minestra, pardon ministra e viene a predicarci come si deve fare informazione. Se lo faccia da sé, allora, un giornale”.
Cliccando su questi si arriva alla pagina dell’articolo, dove sotto questo titolo quantomeno inopportuno ed inappropriato si vede una foto (che io non avevo fornito) che mostra una donna seviziata in una lapidazione (ora rimossa e sostituita).
L’articolo riporta esattamente l’intervista realizzata dal giornalista e quindi risulta al lettore completamente estranea al titolo e alla foto. Ma entrambi diventano comprensibili scorrendo al termine dell’intervista, quando compare un commento, integrato nell’articolo, a firma del Direttore di lagazzettadimassaecarrara.it, tale Aldo Grandi.Il commento si presenta come una sorta di “contraddittorio” verso l’intervista, ma in realtà si rivela da subito un attacco profondo alla mia persona, alla mia professionalità e alle donne.
Si leggono passaggi come
“La dottoressa Rivieri vorrebbe trasformare la società indipendentemente da quelli che sono i suoi protagonisti, vorrebbe cambiare le regole del gioco senza capire che quello che viviamo quotidianamente è tutt’altro che un gioco.”
oppure
“Siamo tutti d’accordo sul fatto che chi usa violenza non solo verso la donna, ma verso tutti coloro che sono diversi …”
(diversi???)
E poi
“E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia”
(attributi??)
per concludere con
“Chi scrive non ritiene di dover frequentare alcun corso per imparare a fare informazione corretta usando i vocaboli che voi e tutti quelli che si inventano carte o cartine, vorrebbero imporre a chi, questo mestiere, se lo è guadagnato e sudato”
(per carte e cartine intende forse l’Accademia della Crusca??)
Le chiederei la cortesia di raccontare questa storia per mostrare a che punto siamo arrivati in questo paese, quando si tratta di “comunicazione di genere”. Sono stata contattata come esperta, per vedermi poi attaccata nel titolo stesso dell’articolo, in un modo così frontale e denigrante.
Alla mia richiesta di spiegazioni e rettifiche, il sig. Grandi si è mostrato completamente sordo, sostenendo che “posso sempre querelarlo”.
A prescindere da questa od altre soluzioni, mi premeva rendere questa storia, di cui sono stata ahimé protagonista, uno strumento al servizio della battaglia che quotidianamente portiamo avanti come donne impegnate nell’antiviolenza”.
Detto fatto. Ogni commento sulla deontologia professionale (non sulla sensibilità verso le tematiche di genere, ribadisco: deontologia professionale) è superfluo.
Per chi volesse, ordine dei giornalisti incluso, questo è il link all’articolo. E dal momento che il web è volatile, lo copio e incollo qui sotto. Incluso lo strepitoso titolo originale.
LA GAZZETTA DI MASSA E CARRARA
giovedì, 13 novembre 2014, 23:52.
Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell’Isis così si accorge della differenza..
E’ una delle tematiche che, spesso e volentieri, emergono, forti e preponderanti nel linguaggio della comunicazione in tutti i suoi aspetti: il linguaggio sessista si impone nella società attuale come uno degli scogli maggiormente da superare. La politica, ma tutta la comunicazione in generale chiede un ragionamento sul perché un certo tipo di lessico permanga ancora oggi, nonostante l asocietà si evolva. Francesca Rivieri è responsabile comunicazione e operatrice per il Centro Antiviolenza D.U.N.A. (Donne Unite nell’Antiviolenza) di Massa gestito dall’associazione Arpa ed è anche formatrice nelle scuole medie e superiori della Toscana. Laureata in scienze della comunicazione, da sempre focalizza il proprio interesse di lavoro ed umano sugli aspetti sessisti della comunicazione.
Dottoressa Rivieri, partiamo da un esempio: dire ministro ad una donna, oggi, non solo è sbagliato, ma cela profonde verità e atavici pregiudizi verso l’altro sesso? Cosa ci può dire al riguardo?
Dire “ministro” ad una donna è sbagliato su più livelli. Il primo è quello grammaticale: ministro è singolare maschile mentre, se mi riferisco ad una donna, dovrei chiamarla con il singolare femminile, che esiste nella lingua italiana e deriva dal latino, ovvero ministra. Ma l’errore grammaticale è sintomo di un problema più profondo e radicato nel maschilismo imperante nella nostra società che ci impedisce, fino a farci dubitare della grammatica stessa, di chiamare le donne, soprattutto se in posizione di potere, con il femminile che appartiene al loro genere. Questo accade, a mio parere, perchè non siamo abituati ad attribuire il giusto peso alle donne nella società e non vogliamo in realtà dare pari dignità di ruolo ad entrambi i generi: donne e uomini. E’ una questione esclusivamente culturale. In Italia non c’è parità uomo-donna in nessun ambito e il linguaggio ne è un esempio palese. La stessa Accademia della Crusca si è espressa in merito non solo confermando l’uso delle forme femminili (quali ministra, avvocata, prefetta, ecc.), ma confermando come la resistenza a tale uso sia culturale e non linguistica, dato che è dimostrabile come più alta è la carica da definire e meno viene declinata al femminile, si pensi in questi giorni alla notizia della nuova direttrice del CERN di Ginevra e come tutti i giornali abbiano titolato DIRETTORE al maschile. Non sarebbe mai successo se fosse stata una infermiera o maestra.
Quali sono i motivi per cui è cosi difficile superare talune barriere linguistiche e mentali del linguaggio? In fondo si tratterebbe solo di modificare una desinenza finale. Non è così difficile.
Magari si trattasse solo di modificare una desinenza finale! Le faccio un esempio: se siamo in presenza di un gruppo misto uomini-donne, dove gli uomini sono in maggioranza ci rivolgiamo agli appartenenti con il maschile (es. “Siamo andati”). Se un gruppo misto è composto da un numero maggiore di donne rispetto a quello degli uomini continuiamo a rivolgerci agli/alle appartenenti al maschile. Secondo la logica dovremmo parlare al femminile (esempio: Siamo andate), no? Allora perchè abbiamo tutte queste resistenze? Perchè ci hanno abituato ad usare il maschile come un neutro anche se non è così e questo è puramente culturale, le donne vengono nascoste “dentro” il genere grammaticale maschile,  quindi, finchè non cambieremo la cultura a partire proprio dal linguaggio, non evolveremo mai in una direzione di parità uomo/donna.
Nella sua esperienza a giro per le scuole quali sono gli aspetti che per lo più lei ha riscontrato come una costante nell’abbattere il muro del pregiudizio e quali le motivazioni più frequenti fornite?
La cosa più difficile da scardinare tra le ragazze ed i ragazzi anche giovanissimi/e sono i ruoli e le relazioni uomo/donna. La donna è quella che fa i figli e sta a casa e l’uomo è quello che lavora e mantiene la famiglia. Uno stereotipo assolutamente illusorio, ma molto radicato, così come che esistano “lavori da donne” e “lavori da uomini”. Grande responsabilità in questo è dei mezzi di comunicazione di massa e in particolare della televisione che, fin da piccoli/e, ci abitua a dei modelli uomo/donna assolutamente falsi e preconfezionati. Con i/le giovani spesso lavoriamo sulle pubblicità dei giochi per bambini, che sono un chiaro esempio di come fin da bambine e bambini ci insegnino quale sia il “nostro posto”: accudire casa, marito e figli per le bambine, lavorare e sperimentare situazioni avventurose per i bambini.
Linguaggio e mass media: quanto influiscono i mezzi di informazione nella diffusione di un certo tipo di lemmi e di vocaboli ed in che misura costituiscono parte del linguaggio sessista attuale?
Come accennato precedentemente i mezzi di comunicazione di massa hanno una grossa responsabilità, perchè entrano nelle nostre case in molteplici forme (radio, tv, internet, pubblicità sulla carta stampata ecc.) e non siamo preparati/ea ricevere e analizzare tutti quei messaggi. La pubblicità spesso è esplicitamente violenta verso le donne che sono trattate come oggetti (spesso sessuali) di uomini che hanno la possibilità di disporne come vogliono. Il corpo della donna, come dice Lorella Zanardo, diventa un oggetto di cui poter disporre come si vuole. Spesso il corpo della donna è mostrato senza testa (la parte pensante) e viene “venduto” in pezzi, proprio quei “pezzi” preferiti, nell’immaginario comune, dagli uomini. La cosa più sconcertante è che ormai siamo talmente abituati/e a questo che anche i prodotti femminili vengono venduti facendo uso del corpo femminile per attirare l’attenzione. (vedi foto allegate)
Spesso, l’espressione “omicidio passionale” è stra-abusata dai redattori e dai giornalisti. Secondo lei, se ne fa un uso corretto oppure no? Quali altri esempi di locuzioni simili?
Io partirei dalla definizione di femminicidio. Il femminicidio, come cita il Devoto-Oli è “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” . Tutto questo non ha a che fare con la passione o con la gelosia, altro termine che piace molto ai giornalisti. Ogni volta che sui media si etichetta un femminicio con la defiinizione “omicidio passionale” si uccide la vittima per la seconda volta. Lo so che può sembrare un’esagerazione quello che dico, ma credo che i giornalisti e le giornaliste abbiano una grande responsabilità, proprio perchè hanno la possibilità di parlare potenzialmente a migliaia di persone. Spesso la vittima passa in secondo piano e si mette l’accento sul fatto che l’assassino “era un buon padre” oppure “era appena stato licenziato” o frasi simili, quasi a giustificare il suo gesto che non è mai un raptus (statisticamente sono pochissimi), ma un’azione voluta e premeditata spesso perchè quella donna cercava di liberarsi dalla morsa della violenza o della sopraffazione.
Ad inizio anno partiranno a Massa interessanti work-shop dedicati, tra gli altri, al metodo ed al mondo del linguaggio: la partecipazione, aperta al pubblico, specialmente a chi lavora per le testate di informazione. Ci spieghi come sarà organizzato.
I work-shop saranno quattro e si terranno tra marzo e aprile 2015, il primo volto ad abbattere e riconoscere gli stereotipi sessisti nella comunicazione/informazione, il secondo sul tema della violenza di genere e gli stereotipi razziali, il servizio di mediazione linguistica e culturale del centro D.U.N.A., il terzo sui diritti LGBT per favorire una vera cultura di genere antidiscriminatoria e l’ultimo sul tema donne e benessere psicofisico, che affronterà nuove metodologie per migliorarsi , conoscersi ed imparare a rispettarsi e volersi bene.
Questi workshop si svolgeranno al termine del corso di secondo livello G.eA.- Genere ed Antiviolenza- che inizierà a gennaio 2015. Il corso, dedicato alle operatrici già attive al Centro Antiviolenza, è finanziato dalla Regione Toscana poichè l’Associazione A.R.PA. ha vinto, per il secondo anno consecutivo, il bando regionale art. 6 della L.R. 16/2009 Cittadinanza di genere. Il corso vedrà impegnate docenti provenienti da tutta Italia dai centri Antiviolenza facente parte della rete TOSCA e D.I.R.E (rete dei centri antiviolenza regionale e nazionale).
Il workshop che terrò io a marzo 2015 verterà appunto sui temi del linguaggio sessista sia nella pubblicità che sui mezzi di informazione. E’ per questo motivo che auspico la partecipazione di diversi giornalisti e giornaliste locali, così da poterci confrontare su una tematica spinosa che deve iniziare ad essere affrontata in modo serio e approfondito.
Cosa potere fare, a livello divulgativo e pedagogico per arrivare a superare definitivamente il sessismo della nostra lingua quotidiana?
La nostra Associazione lavora da anni nelle scuole proprio perchè pensiamo sia necessario partire dalle nuove generazioni per cercare di cambiare mentalità. Lavoriamo sul campo proprio per andare ad analizzare, scardinare e smontare gli stereotipi di genere radicati a livello culturale.  Abbiamo progetti specifici sia sul linguaggio di genere nella comunicazione pubblicitaria e nei mezzi di informazione sia sulla violenza, e le sue varie declinazioni, sia sul funzionamento dei Centri Antiviolenza ed in particolare del nostro che è ormai attivo da circa un anno ed ha accolto al momento una cinquantina di donne vittime di violenza. In parallelo lavoriamo con le Forze dell’Ordine, le assistenti sociali, gli operatori e le operatrici del SERT di Massa e di Carrara, con i Medici e tutti i soggetti che in un modo o nell’altro si trovano a collaborare con noi sulle tematiche della violenza di genere.  Siamo disponibili ed aperte al dialogo con tutti i soggetti interessati all’argomento e che decidano di lavorare con noi per scardinare stereotipi e pregiudizi.
Commento di Aldo Grandi: Pubblichiamo questa intervista perché, a differenza di tanti che darebbero voce solo a chi la pensa come loro, noi crediamo che tutti abbiano il diritto di dire la propria. Così come esiste il diritto di dissentire. La dottoressa Rivieri vorrebbe trasformare la società indipendentemente da quelli che sono i suoi protagonisti, vorrebbe cambiare le regole del gioco senza capire che quello che viviamo quotidianamente è tutt’altro che un gioco. Siamo tutti d’accordo sul fatto che chi usa violenza non solo verso la donna, ma verso tutti coloro che sono diversi, debba essere punito in maniera esemplare e non, ad avviso di chi scrive, con la semplice detenzione in carcere. Ma l’omicidio di una donna è pur sempre un omicidio e l’assassino, a nostro avviso, meriterebbe solo una cosa: la pena di morte. Così non è, ma non è cambiando vocabolario o imponendo a colpi di decreti l’uso di parole diverse e lontane anni luce dalla nostra storia e dalla nostra lingua oltreché da usi e consuetudini, che si ottiene maggiore rispetto per l’universo femminile.
Invece di guardare solo in casa nostra, forse la dottoressa Rivieri farebbe bene a guardare anche in casa d’altri e nella casa degli altri che sta in casa nostra: 150 mila musulmani sono sbarcati nelle nostre regioni e non mi risulta che lei o altre paladine dei diritti della donna si siano sbracciate per protestare contro chi, la donna, considera poco meno che una pertinenza. E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia, davanti all’arroganza del potere, destra o sinistra non importa, davanti all’idiozia e all’inezia di chi vorrebbe governarci e non ne ha nemmeno la capacità.
Siamo stanchi di sentirci definire maschilisti solo e soltanto perché riteniamo che uomo e donna siano due esseri diversi tra loro che cercano di incontrarsi e si innamorano, fortunatamente e fino a quando la vita avrà un senso e una ragione. Se qualcuno usa violenza a una donna, ebbene, che lo si punisca in maniera determinata e determinante, lasciando da parte i discorsi da aula universitaria e badando più alla concretezza. Chi scrive non ritiene di dover frequentare alcun corso per imparare a fare informazione corretta usando i vocaboli che voi e tutti quelli che si inventano carte o cartine, vorrebbero imporre a chi, questo mestiere, se lo è guadagnato e sudato, mangiando pane e merda negli anni in cui non aveva alternative e in un’epoca in cui il pensiero dilagante è colorato di rosso.
Quanto alla parità tra uomo e donna, forse la dottoressa Rivieri desidererebbe recarsi nei paesi del Nord Europa, a suo avviso più liberi del nostro, ma vorrei ricordarle, tanto per parlare di violenza e comunicazione, che a Amburgo come ad Amsterdam come a Copenaghen e via dicendo, le donne vengono sbattute, con il loro consenso, dietro una vetrina a fare le prostitute, ma nessuno si è mai sognato di contestare questi paesi definendoli maschilisti. Forse sarà il caso, glielo dico provocatoriamente, che anche da noi si arrivi a costruire i famosi quartieri del sesso a pagamento?

martedì 18 novembre 2014

Per il direttore della Gazzetta di Massa e Carrara esiste la parità di genere: che vada a fare una gita dentro i Centri Anti-Violenza così si accorge della differenza….Dal blog Generazione

DAL BLOG GENERAZIONE UN ALTRO PREZIOSO CONTRIBUTO E SOSTEGNO! RIPORTIAMO L'ARTICOLO. GRAZIE DA TUTTE LE DONNE DELL'A.R.PA.


PER IL DIRETTORE DELLA GAZZETTA DI MASSA E CARRARA ESISTE LA PARITÀ DI GENERE: CHE VADA A FARE UNA GITA DENTRO I CENTRI ANTI-VIOLENZA COSÌ SI ACCORGE DELLA DIFFERENZA….

banner-blog
La Dott.ssa Francesca Rivieri  responsabile della comunicazione ed operatrice del Centro Antiviolenza D.U.N.A, mi segnala un caso di comunicazione sessista nei nostri mezzi di comunicazione. Un caso davvero gravissimo che l’ha coinvolta e che ha svilito il suo lavoro come operatrice impegnata a contrastare la violenza di genere e il sessismo sui media, un reale problema in un paese realmente maschilista, come del resto la comunicazione mediatica dimostra giorno per giorno.
Il centro D.U.N.A ha infatti organizzato un workshop per insegnare ai giornalisti l’approccio corretto della comunicazione e della rappresentazione delle donne all’interno delle testate giornalistiche. Il workshop è mirato a contrastare stereotipi di genere nel descrivere le vittime coinvolte in casi di violenza di genere e attuare una rivoluzione mirata al raggiungimento della parità, attraverso la comunicazione di genere.
Sono responsabile comunicazione del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa e, in relazione al mio ruolo, vengo contattata qualche settimana fa da un giornalista per un’intervista sul “linguaggio sessista nella pubblicità”, da pubblicare sul giornale web la Gazzetta di Massa e Carrara.
Accetto l’intervista ben contenta di poter trattare di un tema così importante sul quale stiamo organizzando, come Centro Antiviolenza, un workshop dedicato, aperto, per l’appunto, ai giornalisti.
Realizzo così l’intervista rispondendo a tutte le domande del giornalista, lui si dichiara soddisfatto e mi indica che appena il pezzo sarà pubblicato me ne darà notizia.
Oggi, casualmente, entro sul sito web e leggo nella Home Page il seguente titolo:
“Per Francesca Rivieri in Italia non esiste parità fra uomo e donna: che vada a fare una gita-premio nel califfato dell’Isis così si accorge della differenza…” col seguente catenaccio: “La dottoressa Francesca Rivieri accusa la società italiana di essere maschilista e sessista. Alla parola ministro preferisce minestra, pardon ministra e viene a predicarci come si deve fare informazione. Se lo faccia da sé, allora, un giornale”.
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Sia il titolo e le immagini sono state utilizzate per denigrare chi ha ricevuto l’intervista. Si fa un’intervista solo per denigrare chi vuole portare al cambiamento dei media per portare civiltà al nostro paese.
E’ davvero assurdo e grave questo accaduto, soprattutto se rivolto ad una persona che si occupa di donne che ogni giorno hanno a che fare con la prepotenza di una società ancora maschilista e violenta.
Dunque, secondo Gazzetta di Massa e Carrara, la disparità in italia non esiste esiste solo a causa dei musulmani o estremisti islamici! Le donne italiane subiscono violenza da italiani solo per motivi passionali, del resto i giornalisti ce lo dimostrano da sempre con il loro linguaggio volutamente ricercato per mascherare le radici culturali del fenomeno.
La cosa che fa più ridere è che parla di ISIS e lapidazioni e poi consiglia la pena di morte per i violenti. Bella coerenza!
Sessisti e negazionisti sono anche i passaggi:
“La dottoressa Rivieri vorrebbe trasformare la società indipendentemente da quelli che sono i suoi protagonisti, vorrebbe cambiare le regole del gioco senza capire che quello che viviamo quotidianamente è tutt’altro che un gioco.“
“Siamo tutti d’accordo sul fatto che chi usa violenza non solo verso la donna, ma verso tutti coloro che sono diversi …” 
Diversi da chi? Da cosa? Dunque le donne subiscono violenza perché diverse? Ma se siamo il 50% della popolazione! E poi che significa? In cosa sono diverse le donne dagli uomini?
E poi
“E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gliattributi per metterci sempre la faccia”
Attributi. altro termine tipico di chi pensa che essere uomini significa avere il mondo in mano. Mentre a combattere con coraggio i soprusi che subiscono le donne non sono chi ha gli attributi ma sono proprio le donne!
E gran finale:
Quanto alla parità tra uomo e donna, forse la dottoressa Rivieri desiderebbe recarsi nei paesi del Nord Europa, a suo avviso più liberi del nostro, ma vorrei ricordarle, tanto per parlare di violenza e comunicazione, che a Amburgo come ad Amsterdam come a Copenaghen e via dicendo, le donne vengono sbattute, con il loro consenso, dietro una vetrina a fare le prostitute, ma nessuno si è mai sognato di contestare questi paesi definendoli maschilisti. Forse sarà il caso, glielo dico provocatoriamente, che anche da noi si arrivi a costruire i famosi quartieri del sesso a pagamento? 
Ignoranza nelle argomentazioni, classiche dell’italiano medio, responsabili del ritardo culturale del nostro Paese, di cui i media sono molto responsabili.
Consiglio al giornalista di farsi una gita all’interno dei centri antiviolenza ad ascoltare le storie delle donne così per comprendere che non bisogna trovarsi per forza in mano all’ISIS per subire il maschilismo che ogni giorno subiscono anche le donne italiane sulla propria pelle.
A Francesca do tutta la mia solidarietà e grande forza di andare avanti, perché ci vuole una grande forza di fronte a tanta ignoranza della nostra società.

Quelli che non hanno niente da imparare. Dal blog Il Ricciocorno Schiattoso

A.r.pa. ringrazia il blog Il Ricciocorno Schiattoso per la solidarietà espressa e riportiamo l'articolo


Quelli che non hanno niente da imparare

Ho ricevuto una mail da Francesca Rivieri, responsabile della comunicazione e operatrice per il Centro Antiviolenza D.U.N.A. (Donne Unite nell’Antiviolenza) di Massa, formatrice nelle scuole medie e superiori della Toscana, che mi chiede di raccontare cosa le è accaduto.
Francesca Rivieri viene contattata da un giornalista della Gazzetta di Massa e Carrara (lagazzettadimassaecarrara.it) che le propone un intervista sul tema “linguaggio sessista nella pubblicità” da pubblicare in occasionedi una iniziativa che il Centro Antiviolenza sta organizzando per il prossimo anno: quattro work-shop che si terranno tra marzo e aprile 2015 dedicati specialmente a chi lavora nel mondo dell’informazione.
I worshop affronteranno diversi argomenti: gli stereotipi sessisti nella comunicazione/informazione, il tema della violenza di genere e gli stereotipi razziali, il servizio di mediazione linguistica e culturale del centro D.U.N.A., e infine i diritti LGBT.
Ben felice di pubblicizzare il progetto, Francesca Rivieri accetta. Le domande che le vengono rivolte, come potete verificare da soli alla pagina della gazzetta, sono molto interessate e rispettose:
Dottoressa Rivieri, partiamo da un esempio: dire ministro ad una donna, oggi, non solo è sbagliato, ma cela profonde verità e atavici pregiudizi verso l’altro sesso? Cosa ci può dire al riguardo?
Quali sono i motivi per cui è cosi difficile superare talune barriere linguistiche e mentali del linguaggio? In fondo si tratterebbe solo di modificare una desinenza finale. Non è così difficile.
Il giornalista lascia intendere di essere d’accordo con l’analisi del linguaggio proposta dall’intervistata, tanto che non aspetta neanche che sia lei a denunciare il sessismo implicito nella declinazione al maschile delle parole anche quando ci si riferisce ad una donna, ma già nella domanda afferma: dire ministro ad una donna è sbagliato.
Non c’è da stupirsi se Francesca Rivieri, quando trova pubblicata la sua intervista sotto questo titolo
francesca_rivieri
rimane di stucco.
Sotto l’intervista possiamo tutti leggere il polemico commento del direttore della testata Aldo Grandi, che pensando di apparire illuminato e tollerante, esordisce:
“Pubblichiamo questa intervista perché, a differenza di tanti che darebbero voce solo a chi la pensa come loro, noi crediamo che tutti abbiano il diritto di dire la propria. Così come esiste il diritto di dissentire.”
Senza dubbio esiste il diritto di dissentire. Non sono altrettanto sicura che da qualche parte venga enunciato il “diritto di prendere per il culo la gente”.
Perché a me sembra che è esattamente questo che è capitato a Francesca Rivieri: Aldo Grandi e il suo giornalista le hanno organizzato un bello scherzetto, omettendo di comunicarle che non solo dire ministro invece di ministra secondo loro non è sbagliato
(“non è cambiando vocabolario o imponendo a colpi di decreti l’uso di parole diverse e lontane anni luce dalla nostra storia e dalla nostra lingua oltreché da usi e consuetidini, che si ottiene maggiore rispetto per l’universo femminile”),
ma che l’idea che una donna organizzi dei workshop dedicati agli stereotipi di genere rivolti a chi lavora per le testate di informazione li fa letteralmente uscire dai gangheri.
L’idea che una “maestrina dalla penna rossa” si permetta di pensare di avere qualcosa da insegnare a degli uomini grandi e forti, a dei maschi con gli attributi 
(“E lei, adesso, pretende di venire ad insegnare a noi come si fa informazione corretta, addirittura organizzando corsi? Ma lasci perdere e lasci, soprattutto, fare il mestiere di giornalista a chi ha gli attributi per metterci sempre la faccia, davanti all’arroganza del potere, destra o sinistra non importa, davanti all’idiozia e all’inezia di chi vorrebbe governarci e non ne ha nemmeno la capacità”)
irrita così tanto questi signori “coraggiosi”, che invece di affrontare direttamente la Dottoressa Rivieri – concedendole magari la possibilità di replicare alle loro obiezioni al progetto nel corso dell’intervista – prima si fingono interessati e addirittura d’accordo con le sue argomentazioni, e poi la mettono alla berlina, augurandole pure di finire nelle mani dei militanti dell’Isis, magari stuprata e venduta come schiava.
Onestamente, definireste questo comportamento “dar voce a chi la pensa diversamente”?
Non perdo neanche tempo a spiegare ad Aldo Grandi perché è sessista scrivere che ci vogliono “gli attributi” per fare il mestiere di giornalista, visto che è stanco di sentirsi definire un maschilista.
Mi limito ad esprimere tutta la mia solidarietà a Francesca Rivieri, e a tutte le persone come lei che con vero coraggio e determinazione continuano a lavorare per “cambiare le regole del gioco”, ben consapevole che lottare affinché l’Italia prenda coscienza di essere un paese piuttosto lontano dal potersi definire libero dagli stereotipi di genere è tutt’altro che un gioco.
keep-calm-and-keep-fighting-15Per approfondire:

lunedì 17 novembre 2014

Parole Tossiche



Mercoledì 19 novembre la nostra esperta in comunicazione è stata invitata al convegno "Parole Tossiche" dalla giornalista Monica Lanfranco.
Francesca ed altre operatrici del Centro Antiviolenza D.U.N.A., interverranno dunque a questo Convegno organizzato da Rete di Donne per la Politica di Genova.
 L'attacco da parte del direttore della testata online che ha intervistato la Dott.ssa Francesca Rivieri (che potete leggere QUI) sarà trattato come una case history durante il convegno.
A.R.PA. ringrazia per l'opportunità tutte le organizzatrici del convegno!

sabato 15 novembre 2014

Se un direttore di testata vuole insegnarci come prevenire la violenza sulle donne. Dal blog Abbatto i muri

Ringraziamo il blog abbatto i muri e riportiamo l'articolo!


Se un direttore di testata vuole insegnarci come prevenire la violenza sulle donne

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Mi scrive Francesca Rivieri, responsabile del Centro antiviolenza D.U.N.A. di Massa, la quale viene intervistata da un giornalista di lagazzettadimassacarrara.it sul tema del linguaggio sessista in pubblicità. Il Centro sta organizzando un workshop su quel tema e nell’intervista Francesca ragiona sulla comunicazione a proposito di violenza sulle donne. Parla della rivittimizzazione delle donne uccise quando sui media un femminicidio viene descritto come un “omicidio passionale” e racconta come l’interazione tra chi si occupa di violenza sulle donne e chi offre notizie di cronaca sia necessaria per determinare un cambiamento culturale.
Il cambiamento culturale è quello per cui maggiormente i centri antiviolenza, che non hanno radice securitaria e giustizialista, si battono, dunque l’analisi del linguaggio, una riflessione sull’immaginario che genera diventa una attività preventiva importante dalla quale dovrebbe conseguire una relazione virtuosa tra tutte le componenti sociali che hanno interesse a fare cambiare le cose. Ad ogni modo l’intervista fatta viene pubblicata con una presentazione che però non ha nulla a che fare con quello che Francesca racconta. Il titolo la rimanda a una gita presso un califfato tal dei tali per dimostrarle che le vere vittime di violenza o di rapporto impari nella società starebbero altrove.
A seguire l’intervista poi scorre un commento del direttore della testata (trovate tutto QUI) il quale piuttosto che opporre una critica nei contenuti liquida Francesca con i seguenti argomenti:
- per combattere la violenza niente chiacchiere, serve la pena di morte! (brrr)
- la ricerca di un linguaggio diverso dal quale possa derivare un diverso immaginario, ma chissenefrega!
- chi sei tu per venire a insegnare il mestiere a me che ho sudato per diventare un giornalista. si facci i workshop suoi che io mi faccio i miei!
- invece di guardare “casa nostra” bisognerebbe guardare nella casa “degli altri che stanno in casa nostra: 150 mila musulmani sono sbarcati nelle nostre regioni” e dunque lamenta il fatto che le donne non hanno protestato per questa invasione di bruti che sarebbero tutti intenzionati a “considerare le donne poco meno che una pertinenza”!
- si smetta di definirci maschilisti, si badi ad applicare pene severe, ché non sono le parole che salvano le donne. Che nessun@ osi insegnare il mestiere ad un giornalista di professione (non sia mai!) che ha gli “attributi” per essere tale.
- la parità tra uomo e donna non è vero che esiste nel nord europa perché lì ci sono le prostitute legalizzate e quella roba lì sarebbe dimostrazione del sessismo di quei paesi.
Francesca legge queste esternazioni e a parte intravedere un “lieve” attacco personale proprio non capisce perché mai si chieda un’intervista ad una persona che ha queste idee per poi corredare l’articolo con una massiccia dose di paternalismo della serie “so io quel che è bene per le donne” e con una strenua difesa del maschio italico. Avrebbero potuto dire qual era l’intenzione della testata o per lo meno avrebbero forse potuto inserire commenti critici tra le domande dell’intervista, così Francesca avrebbe potuto avere diritto di replica che spero comunque le sia riservato.
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Quello che io penso è che il rispetto per la diversità di opinione non si manifesta così. Se decidi di ospitare un testo e un’intervista che contiene messaggi che non sei solito veicolare la pubblichi comunque integralmente senza una titolazione che allude ad altro e senza gettare un’ombra negativa sulla questione. O è una interlocuzione paritaria tra le parti, sebbene diverse, ovvero potevano essere due articoli differenti. Uno con l’intervista e un altro con valutazioni a proposito della visione del direttore della testata. Senza che vi sia una necessità di bollare Francesca come una che ha bisogno di fare viaggi esotici per imparare a beccare l’uomo rude, come se i delitti realizzati sulla pelle delle donne fossero stati commessi solo da stranieri.
Per mio conto io comunico che la maggior parte dei delitti contro le donne, in Italia, vengono commessi dentro casa e da italiani. Si può serenamente consultare il Bollettino di Guerra per accertare questa ovvietà. Poi dico che per fortuna le donne che si occupano di violenza sulle donne hanno ben chiaro che la questione non si risolve mollando nel mar mediterraneo gli stranieri che vengono a trovarci. Inoltre i centri antiviolenza, da quel che ne so, non perseguono una corsia giustizialista in stile USA, preferiscono maggiore garantismo e un lavoro più serrato sulla prevenzione. In questo lavoro è compreso lo studio del linguaggio e la diffusione di una cultura differente. Lì ciascuna di noi, femministe, persone che si occupano di questo, può avere una visione diversa, può guardare la faccenda da diversi punti di vista, ma in generale il confronto serrato avviene sempre con l’intenzione di cercare soluzioni che possano evitare ulteriori vittime.
La mia impressione, rispetto ad un articolo che distorce o reinterpreta, sovradeterminando, il contenuto di una intervista in cui si racconta il lavoro delle donne, investendo sulla nostra autodeterminazione, è che il direttore non abbia resistito alla tentazione di farci la paternale per insegnarci come vivere. Una delle tracce più evidenti del sessismo, se posso permettermi, deriva anche da questo. Il fatto che un uomo non abbia voglia di ascoltare o senta la necessità di dire alle donne cosa dovrebbero fare, non tanto per salvarsi ma per essere salvate, con l’intervento di pene severe, istituzioni forti e tutori pronti a tutto (con le sciabole e la fascia da Rambo), ignorando il fatto che per salvare le donne bisogna investire sull’autostima delle donne e non fare iniezioni di sicurezza ai suoi tutori, già dimostra quanta distanza d’approccio al problema vi sia tra le due parti.
A me viene voglia di dire una cosa piccola piccola ma che spero possa essere utile al direttore per riflettere, al di là delle differenze di approccio politico: caro direttore, descrivere la donna come soggetto debole, che ha sempre bisogno di essere salvata dai tutori, vista come vittima anche quando sceglie di fare la prostituta nelle nazioni in cui il mestiere è legalizzato, non è davvero un buon contributo per la causa. Con tutto il rispetto per il sudore che ha speso per guadagnarsi il titolo di giornalista, quello di cui Francesca discuteva corrispondeva al desiderio di una interazione sociale tra parti che hanno differenti competenze ed esperienze. Immagino che Francesca abbia una esperienza di qualche anno nel campo della lotta contro la violenza sulle donne. Sarà entrata in contatto con donne vittime di violenza, avrà studiato i meccanismi che portano ad essa, avrà anche una sua idea su come applicare una forma di prevenzione. Questa ricchezza Francesca aveva voglia di condividerla con il giornalista che l’ha intervistata e con chi aveva voglia di leggerla. Mi spiace che lei non abbia apprezzato, ancor di più mi spiace che in quel che ha scritto io vedo un esempio di pessimo giornalismo.
Da quando un giornalista, piuttosto che dare notizie, portando fonti (150 mila musulmani in assalto delle nostre coste? dove sta scritto? la violenza che avverrebbe nelle case degli altri? davvero?), argomentando sulla base di contenuti verificabili, decide di opporre un commento che deriva da un’idea personale in attacco ad una intervista? Cioè, da quando?
Con un abbraccio a Francesca e un augurio di buon lavoro.